Da Kant a Einstein
E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare
(Giacomo Leopardi)
Immaginiamo una giovane donna che si specchia. Al polso sinistro la giovane donna ha un orologio. Nella figura riflessa nello specchio, tutto quello che nella realtà sta a destra, si trova, invece, a sinistra, e viceversa; la giovane donna, nello specchio, ha, infatti, l’orologio al polso destro. Se lo specchio inverte la destra con la sinistra, come mai non inverte anche l’alto con il basso? Come fa lo specchio a “capire” qual è alto e basso? Che differenza c’è tra destra/sinistra e alto/basso? Se la giovane donna si sdraia orizzontalmemte è come se scambiasse destra/sinistra con alto/basso; eppure, anche così, nello specchio, la testa non sta al posto dei piedi, ma la destra continua ad essere a sinistra e viceversa.
Come vedremo, il paradosso è “apparente”; sono le premesse ad essere sbagliate e di conseguenza anche le conclusioni logiche saranno sbagliate. Tutti i paradossi sono “apparenti”, ossia ad una attenta disamina, si può sempre trovare l’inghippo, la spiegazione, il trucco. Esistono, invece, alcune contraddizioni clamorose della logica umana che sembrano non presentare soluzioni. Vengono chiamate “antinomie”; queste sono qualcosa di diverso dai paradossi, proprio perché non si trova una soluzione ragionevole, che spieghi l’enigma. Un altro tipo di paradosso si incontra quando una frase smentisce se stessa, ossia quando già nella premessa c’è una contraddizione. Antinomie, molto più profonde, si incontrano quando andiamo ad esaminare i grandi “quesiti” irrisolti dell’uomo.
Che cos'è l'infinito? L’universo è finito o infinito?
Il tempo è sempre esistito? Ha avuto un inizio? Avrà un termine?
In genere, questo tipo di domande sorgono durante l’adolescenza, turbando i nostri sogni; poi, ad un certo punto, fatalmente, ci arrendiamo; non è così facile trovare le risposte e, qualunque spiegazione tentiamo di dare, non ci convince completamente, per un motivo o per l’altro. Così accantoniamo la questione; diventare adulti significa, anche, non porsi domande scomode, che non implichino un risvolto pratico, utilizzabile nella vita di tutti i giorni.
Tra il 1764 e il 1781 Immanuel Kant tentò di dare una risposta a questi quesiti e, attraverso ineccepibili ragionamenti logici, assolutamente rigorosi sul piano filosofico e metafisico, arrivò a delle celebri e brillanti conclusioni.
Tali ragionamenti sono esposti nella sua opera “Critica della ragione pura”, ma, purtroppo, per comuni mortali come noi, non avvezzi al linguaggio filosofico, tali ragionamenti risultano difficilissimi da leggere e quasi impossibili da capire realmente.

Semplificando moltissimo ciò che, tuttavia, non può essere semplificato, cercherò di spiegare ciò che Kant, forse, ha voluto dirci in proposito.
In un certo senso, il celebre filosofo, di fronte all’impossibilità di dare una risposta diretta a queste domande, ribaltò i quesiti e ci disse, invece, quali risposte erano sicuramente sbagliate, ossia dimostrò che:
1) L’universo non può essere finito.
Ma anche che
2) L’universo non può essere infinito.
Ed inoltre che
3) Il tempo non può aver avuto un inizio.
4) Il tempo non può, neanche, non aver avuto un inizio (nota 1).
Kant dimostrò tutto questo, ricorrendo ad una logica ferrea e a ragionamenti rigorosi ed indicò queste “antinomie”, (contraddizioni paradossali), come il punto debole della ragione umana.
Secondo il filosofo, l’errore risiederebbe nel fatto che lo spazio e il tempo non esisterebbero di “per sé”, ma sarebbero “attributi” della materia, delle “cose” che ci circondano. Gli oggetti che ci circondano, sempre secondo Kant, pur essendo molto diversi da come ci appaiono (in quanto saremmo noi a “conferire loro” una forma) sarebbero, pur sempre “qualcosa”; sarebbero quindi “enti”, ossia cose che esistono; gli attributi delle cose, invece, sarebbero solo “attributi”, quindi non cose di per sé. È come se dicessimo che un prato esiste di per sé, ma che, il suo colore verde, non sia un qualcosa di reale, ma solo qualcosa che noi “attribuiamo” a quel prato. Se non c’è il prato non c’è il verde, mentre se non ci fosse il verde ci potrebbe essere, ancora, il prato. Gli attributi sarebbero, quindi, dei “non enti”, quindi un qualcosa che esiste solo in relazione a qualcos’altro che, invece, esiste di per sé (ente). Il tempo e lo spazio, allo stesso modo, sarebbero solo attributi, quindi sarebbero dei “non enti”; di per sé non esisterebbero; essi esisterebbero solo in relazione agli “enti”. Quindi non avrebbe senso chiederci se questi due “non enti” siano finiti o infiniti; sarebbe come chiedersi se il “verde” sia finito o infinito. Il verde senza “l’oggetto” verde, di per sé non esiste, dunque neanche il tempo e lo spazio esisterebbero di per sé. Togliendo tutti gli oggetti reali, non rimarrebbero uno spazio vuoto e un tempo vuoto; non rimarrebbe, invece, nulla!
Cercare di rispondere alla domanda “lo spazio è finito o infinito?”, significherebbe attribuire un attributo ad un attributo; è come se ci chiedessimo: “quanto pesa il verde?” o “di che colore è il grande?” o, ancora: “quanto è grande il bello?”.
La “scienza”, tuttavia, ha rinunciato da un pezzo a dare spiegazioni sull’”essenza” delle cose, si limita, invece, a misurare gli “attributi”; tutti gli attributi delle cose, sperando, così di avvicinarsi il più possibile all’”essenza” vera delle cose. Lo spazio, da un punto di vista scientifico, lo possiamo anche considerare un “non ente” e ridurlo a semplice rapporto tra oggetti, ma l’universo, al contrario, non può essere considerato un “non ente”, in quanto costituito di materia ed allora, il chiedersi se l’universo sia finito o infinito dovrà avere un senso anche nella visione kantiana; cercare di definire un attributo (grandezza) ad un ente (materia), anche in quest’ottica, deve essere legittimo! Di più: dopo la rivoluzione relativistica di Einstein, la scienza tende a considerare lo spazio, anch’esso, come un ente; lo spazio, insieme al tempo formerebbe un “tessuto” spazio – temporale, di cui la materia farebbe parte. Non solo la materia sarebbe quindi “ente”, ma anche lo spazio tempo; anzi addirittura lo spazio - tempo sarebbe il “vero” ente e la materia un semplice suo attributo! Secondo Einstein, infatti, esisterebbe il tessuto spazio – temporale e la materia sarebbe una “aggregazione” una “distorsione” di questo tessuto. Dal punto di vista relativistico, dunque il tessuto spazio – temporale sarebbe l’ente e la materia un suo attributo. Dunque le antinomie kantiane permangono perfino dopo la spiegazione dello stesso Kant. In fondo, anche noi possiamo convincerci del paradosso di fondo, più per intuizione che attraverso una dimostrazione logica, ma abbastanza chiaramente da ritrovarci nell’assurdità di una tesi e di una antitesi contraddittoria, ugualmente valide ed ineccepibili.
Iniziamo dalla prima affermazione di Kant: 1) l’universo non può essere finito, ossia non può avere un limite né un confine.
E’ questa l’affermazione più semplice intuitivamente; infatti, che tipo di limite può avere mai lo spazio vuoto? Cosa vi immaginate? La muraglia cinese? Un cartello con sopra scritto “Fine dell’universo”? Un campo elettromagnetico invalicabile?
Ci si potrà sempre chiedere: che cosa c'è dietro il muro? Anche lo spazio vuoto sarebbe, pur sempre, parte dell'universo.
Questo vuol dire che l’universo è infinito? Kant ci dimostra che anche questo è impossibile e ci torneremo dopo.
Veniamo ora, invece, al punto 3): Il tempo non può aver avuto un inizio.
Anche questo sembra ovvio: supponiamo, infatti, che non sia così e che il tempo abbia avuto, invece, un inizio; prima dell’inizio del tempo che c’era? Nel momento stesso in cui diciamo “prima”, ammettiamo l’esistenza di un tempo anche prima.
Tale ragionamento, in fondo non è molto diverso da quello sullo spazio, ossia, come facciamo ad immaginare che non ci sia affatto un “prima”; qualunque cosa immaginiamo come evento iniziale, ci è impossibile non immaginare anche l’esistenza di un “prima” di tale evento.
Questo significherebbe che il tempo è sempre esistito e che, dunque, il tempo (passato) è eterno? Anche questa ipotesi è impossibile! (punto quattro: Il tempo non può non aver avuto un inizio).
Riportiamo ciò che ci ha detto Kant in proposito: